Se un treno non basta a rianimare la bassa provincia.

Massimo Trento

Ebbi occasione, alcune settimane orsono, di assistere a un convegno presso il Doriguzzi di Feltre, imperniato sul redivivo progetto della tratta ferroviaria Feltre-Primolano. Non nascondo che l’argomento potesse suscitare un indubbio fascino nell’uditorio presente, abituato a digiunare non poco in fatto di eventi che non fossero le assai trite proposte assessoriali da festa paesana, o poco piu’. Tuttavia, escludendo tra il pubblico i ferrovieri interessati all’adunanza per deformazione professionale e tra gli oratori i politici locali intervenuti -salvo i proponenti- per lucidare i galloni di partito, solo due interventi mi sono rimasti impressi, per ragioni diametralmente opposte. Il primo era del presidente di un comitato locale, non ricordo colpevolmente il nome ne’ dell’uno ne’ dell’altro, impegnato con passione a sciorinare i vantaggi straordinari della bretella verso sud, la quale avrebbe permesso il completamento dell’anello dolomitico con relativo sbocco verso le opulente terre del Trentino e del Tirolo austriaco. Il secondo invece era opera di un posatissimo ingegnere, pure lui anonimo per mia pigrizia mnemonica, che con una oratoria asciutta e competentissima spiegava per filo e per segno la fattibilita’ dell’impresa in discussione. Nell’apparente continuita’ fra queste due parti del simposio si fece largo, in chi le ascoltava e che di esse ora scrive, l’apprezzamento per l’ingegnere e lo scetticismo per il presidente del comitato. Quest’ultimo seguitava infatti a parlar di piste ciclabili, di impatto ecologico e di positive ricadute sul turismo con tale ardore da risultare non credibile, come fosse un collezionista a cui la ferrovia Feltre-Primolano sarebbe piaciuto mettersela in salotto in formato Lima. Mentre lo ascoltavo, mi chiedevo come mai, se per il feltrino tale tratta era, a suo dire, vitale e imprescindibile, non se ne era mai fatto nulla da un secolo a questa parte? Intendo a partire dal progetto primigenio sino alle successive elaborazioni sviluppate peraltro nei decenni delle vacche grasse, dove il debito pubblico non avrebbe battuto ciglio per una spesa di 150 milioni di euro (questo il preventivo attuale)? E allora, cogliendo al volo l’occasione offertami da un filmato sulla ferrovia elvetica di Sankt Moritz mostrato dal formidabile ingegnere, mi permettevo di porre la domanda, alla quale invitai a rispondere liberamente chiunque degli oratori convenuti. Non sara’ invece nella testa dei feltrini, italiani pure loro, il perche’ di una apatia, di un amore mai scoccato verso locomotori e lucidi binari? Sara’ mica la passione dell’italiano medio verso la cara vecchia automobile che ci fa riempire lo stivale di serpentoni d’asfalto chilometro dopo chilomettro, togliendo spazio vitale alla ferrovia, fatti salvi i monumentalismi e i trafori da guinness dei primati (ecco che ritorna l’eccitazione del collezionista di prima)? Insomma, vuoi vedere che il problema e’ culturale e non tecnico e tecnologico? Un’evenienza del tutto legittima, beninteso, che ci dovrebbe pero’ indurre una buona volta a evitare di ciurlare nel manico: perche se nel feltrino ci vivessero gli svizzeri la Feltre-Primolano esisterebbe a binario triplo dall’unita’ d’Italia, e non per le amene menate ecologiche o turistiche, bensi per ovvie ragioni logistiche: al confederato piace mangiare, viaggiare, trasportare e lavorare in treno, da sempre. Ai feltrini no’, semplice. All’ingegnere scintillavano gli occhi -mi hanno riferito a posteriori- e schiaritasi la voce replico’, lui solo, con un piglio quasi attoriale: “La ringrazio per avermi posto questa domanda…e’ senz’altro un problema culturale.” Se lo ha detto lui, l’ingegnere, il meno politico del mucchio e il piu’ appassionato di ferrovia del medesimo, deve essere vero per forza.

http://www.massimotrento.it

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